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INCONTRI

Due atti unici di Liliana Paganini


NUOVO
Una panchina davanti ad una fermata di autobus.
Un ragazzo
una ragazza
una donna.
Il ragazzo è seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Si sentiranno più volte gli autobus passare, fermarsi e ripartire. Cambi di luce possono far capire che sta passando parecchio tempo.
Dopo una simulazione di un’intera giornata, in cui il ragazzo resta assolutamente immobile, arriva la ragazza, che si siede, tira fuori un libro e comincia a leggere, è uno spartito, segnerà il tempo con la mano accennando il canto. Passeranno due autobus, che la ragazza guarderà distrattamente, poi dopo aver controllato l’ora:
Lei- Scusa, ma il 518 è già passato?
Lui- ( non risponde)
Lei- Scusa, il 518. L’hai visto?
Lui- ( si gira verso di lei)
Lei- Excuse me, have you seen the bus five one eight?
Lui- ( si gira di nuovo e guarda fisso davanti a sé)
Lei- Pardon…
Lui- (rimane impenetrabile)
Lei- Beh, ho finito le lingue straniere.
Passa un autobus lui rimane immobile.
Lei- Questo era il 22, passa una volta ogni ora. Ti conveniva prenderlo. Sono le nove, tornerà alle dieci. Sempre che sia puntuale. (fa segno con la mano) 22. Ma che te lo dico a fare?
Lui- 22 , 518, five one eight. (sorride stancamente)
Lei- Ma che, stai fuori di cotenna?
Lui- ( la guarda poi si rigira)
Lei- Senti, non per farmi i fatti tuoi, ma tu che ci fai qui?
Lui- (si gira, ma non risponde)
Lei- Ti devi essere sballato forte, per stare così.
Lui- (sorride) 518.
Lei- Che scema, certo anche tu il 518! Il 22 è passato.
Lui- (tende a scivolare dalla panchina come se diventasse liquido)
Lei- Oh! Attento, stai scivolando.
Lui- (chiude gli occhi)
Lei- Ehi, non ti addormentare, sennò cadi e magari sbatti la testa!
Lui- (apre faticosamente gli occhi, li tiene sbarrati un poco, poi gli si chiudono di nuovo)
Lei- Oooh! Su dai! Non è ora di dormire! Magari l’hai già sbattuta la testa…
Lui- (scivola un altro po’)
Lei- Dai sù sveglia! Ma che stai male?
Lui- L’universo ne è pieno…
Lei- Ah, sei in viaggio! Beatoatè…(riprende in mano lo spartito e ricomincia a leggere e segnare il tempo)
Lui- La musica dell’universo…
Lei- Ti piace Mozart? Non ti ci facevo così…
Lui- Vibrazione universale…
Lei- Sì, vibrazione universale. E’ giusto. Che buffo che sei!
Lui- (scivola ancora)
Lei- Ehi, ma che hai? Vuoi che chiami un’ambulanza?
Lui- Cosa possono fare?
Lei- Cosa possono? Che ne so, qualcosa ti fanno, ti rimettono in sesto, ammesso che prima..
Lui- L’universo è fuori sesto.
Lei- No, no parlo sul serio. Sta sveglio, sù. E’ pericoloso addormentarsi.
Lui- Sì, lo so che è pericoloso, non ci si sveglia più.
Lei- Oddio, ma che ti sei preso? Non è che mi muori qui, adesso?
Lui- Dormire…morire… sognare… forse.
Lei- Non fare il deficiente. Mi spaventi, non mi era mai capitato di avere ...
Lui- Neanche a me. Forse ho paura.
Lei- Non scherzare. E poi dovevi pensarci prima! Comodo sballarti, e mettere nei guai una sfigata come me. (Tira fuori il cellulare) Infatti, non mi funziona nemmeno il cellulare! Cazzo! Tu non ce l’hai?
Lui- Che? Ah, no. Non funziona?
Lei- Non so. Disconnesso. E non c’è un telefono in zona. Uff. Senti? (gli dà il cellulare per fargli sentire il segnale)
Lui- Sì, funziona benissimo.
Lei- Ma che dici? Oh, è vero. Ora va. Ma sfigata lo sono comunque, ho solo un euro. E vabbè. Dammi il numero della tua famiglia.
Lui- No. Non sono raggiungibili.
Lei- E allora?
Lui- Telefona al tuo amico.
Lei- Amico?
Lui- Sì, come si chiama…Mozart.
Lei- Beh, si chiamava.
Lui- Non c’è più?
Lei- Da qualche secolo.
Lui- Ah, dimentico sempre che (avete) qui c’è il tempo. Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, anni, secoli. Secoli.
Lei- Beh, si può continuare, millenni, ere…Dimentica sempre che c’è il tempo! Beatoatè. Io ho sempre i minuti contati.
Lui- (scivola ancora e chiude gli occhi)
Lei- Oh, come ti chiami! Non crollarmi così. No, ora chiamo un’ambulanza; qual è il numero? 113? No. Vabbè faccio il 113 e poi lo chiedo…ma non vorrei che … Chissà che ti sei fatto. Poi magari ti portano al gabbio.
Lui- (cerca di tirarsi su, ma ricade)
Lei- Sveglia! E mò che m’invento? Ehi, senti a proposito, come ti chiami?
Lui- (non dà segni di vita)
Lei- Ma che sei svenuto? Oddio questo mi schiatta qui! Tirati su! Ti ho chiesto come ti chiami? Io sono Angela, e tu? Rispondi! Non farmi prendere un colpo. Rispondi!
Lui- (con un filo di voce) Nuovo.
Lei- Ma che razza di nome è? Beh, Nuovo, che ci fai oggi, 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, qui a questa fermata, su questa panchina, strafatto come sei, con il 518 che ancora non passa e io che sto entrando in paranoia?
Lui- (c.s.) Cerco l’amore.
Lei- E figurati se non era così! Gira gira sempre a quello pensano.
Lui- Pensano?
Lei- Gli uomini, i ragazzi, voglio dire.
Lui- Davvero? Qui? Non mi sembra proprio.( scivola ancora) Non sarei in questo stato.
Lei- Ma che mi prendi per il culo? Che, non lo sai anche tu? Qui. Il tempo, l’amore! Ma da dove vieni, dalla luna?
Lui- Non c’è vita sulla luna.
Lei- Beh, allora da Marte. Ti va meglio?
Lui- No, neanche da Marte. Da un’altra galassia.
Lei- Sì, quella dei paraculi! Ma guarda un po’, con tutto quel che ho da fare, devo farti anche da zimbello. E’ inutile che fai quella faccia. Ho detto zimbello. Lo so che non si usa, ma io questa parola l’ho appena imparata. E ci provo un gusto inaudito ad adoperarla. Adesso non mi ci freghi più. Senti carino, io, oggi, nonostante sia pure festa, mi sono dovuta fare tutto il giorno un mazzo così. Sì, stronzetto. Vuoi saperlo? Vuoi?
Lui- (più lei si arrabbia più lui perde forze. Vorrebbe rispondere, ma non ce la fa)
Lei- E inutile che fai la scena, te l’ho detto, non mi ci freghi più. Mi sono svegliata come al solito alle sette. Sono abituata così. Ho preparato la colazione ai gemelli, che se non ce l’hanno appena svegli rompono, oggi poi erano impegnati con le calze della befana, per fortuna; poi ho lavato e vestito mia madre… Ah, già, vuoi chiedermi perché? E io ti rispondo: perché è da un anno che vive su una sedia a rotelle, grazie ad un ictus. (si aspetta una reazione di lui, ma non arriva) Sento che vuoi chiedermi di mio padre.
Beh, non c’è. Dieci anni fa, quando sono nati i gemelli, ha pensato bene di crearsi una nuova famiglia. In Australia. Vedi, altro che galassie!
Lui- ( quasi più morto che vivo) Non mi credi?
Lei- Ah, ma insisti! E io continuo: dopo essermi occupata di mia madre ho preparato il pranzo, quello della festa. Lasagne, arrosto di maiale, patate al forno, insalata. Dolce, no. Abbiamo ancora il panettone. Poi, ho organizzato una tombola, visto che avevo un po’ di parentame a farci visita. Mentre loro giocavano, ho fatto i piatti, rassettato la cucina e finalmente mi sono messa a studiare. Frequento il primo anno di Conservatorio.
Lui- Conservatorio?
Lei- Ah, dimenticavo che sei un extraterrestre. Traduco: voglio diventare cantante! (intona un pezzo di opera, potrebbe essere “ Vorrei e non vorrei, mi trema un poco il cuore, felice inver sarei, ma può burlarmi ancor, ma può burlarmi ancor”) Sai, il mio amico, Mozart.
Lui- (sembra visibilmente migliorato) Oh, sì, Mozart!
Lei- Sì lui, Wolfgang! Lo conoscete anche lassù?
Lui- La musica appartiene all’universo. Poi?
Lei- Ah, ecco, vuoi saperlo ora! Poi alle cinque e mezza sono uscita e dopo due autobus e più o meno un’ora e mezza di tempo sono arrivata alla lezione di canto, non ti stupire, la mia vecchia insegnante che mi ha preparato per l’esame in Conservatorio, mi vuole bene e anche se è una giornata di festa… Beh, il resto lo sai. Dimmi di te, ora, della tua galassia! (ride) Nuovo. Ma che nome!
Lui- Veramente è una traduzione un po’ imprecisa. Il nome è Yfyh.
Lei- Che lingua è, giapponese?
Lui- E’ la mia. La traduzione esatta sarebbe: “Colui che è appena arrivato”. Qui vi chiamate con una sola parola, e io ho scelto Nuovo.
Lei- Yfyh, Nuovo, dimmi, sulla tua galassia si parla italiano? No perché, se così fosse, diventerebbe la lingua più parlata dell’universo.
Lui- Angela? Noi parliamo indifferentemente tutte le lingue dell’universo.
Lei- E magari lo fate anche reggendovi a testa in giù su di un dito! Senti, ora che abbiamo fatto amicizia, puoi dirmi la verità: che acido ti sei fatto?
Lui- Non di che parli.
Lei- Parlo di droghe.
Lui- Ah, io non ne ho bisogno.
Lei- Vabbè, come non detto. Quindi, Nuovo, che ci faresti sulla terra?
Lui- Sono venuto a cercare l’amore.
Lei- E l’hai trovato, no? Eccomi. (ride)
Lui- No, non lo ho trovato. Non c’è amore sulla terra.
Lei- Senti, adesso non esagerare, non c’è bisogno di deprimersi se non trovi la ragazza giusta!
Lui- Non hai capito, io cerco la vibrazione positiva dell’universo. L’amore universale. Qui non c’è.
Lei- E da te sì? Voglio dire, c’è?
Lui- C’era.
Lei- E ora? Perché non c’è più?
Lui- Perché ce ne siamo dimenticati. Ce ne siamo distaccati tanto, che nessuno lo ha trasmesso più alle nuove generazioni.
Lei- Però, se esistono nuove generazioni, vuol dire che un qualche tipo di amore ha resistito. O voi vi riproducete diversamente da noi?
Lui- Oh, per quello è come qui, solo che dopo la nascita, noi, nuove generazioni, deperiamo e moriamo, senza quella vibrazione che ci tiene uniti.
Lei- Noi, invece ci abituiamo e ci sosteniamo unendoci in opere comuni, religioni, partiti, circoli…
Entra una barbona, una donna di mezza età, un po’ pazza, parla da sola spingendo un carrello da super mercato o una carrozzina da bambini piena di sacchetti di plastica e cartoni, recita attraversando la scena e passando davanti ai due ragazzi.
Donna- Deficiente, sei solo un deficiente! Quante volte te l’ho detto: quel posto è mio. E’ mia quella grata. E’ mia. Sono anni che è mia. Mia da anni. Zanzara ci aveva provato. Zanzara. Gli ho dato un pugno. Deficiente, un pugno, sì. Gli ho detto che era mia da anni. Mia da sempre. E’ sempre stata mia. Un bel pugno sul naso. Così ha capito. Lui voleva fare il furbo. Lui voleva stare al caldo. Ma la grata è mia. Deficiente! Mia, quella grata. Ora do un pugno anche a te e te li butto al fiume i tuoi cartoni e ci butto anche le tue coperte e pure il fischietto. Così la smetti di fare quei versi, quei rumori. La smetti di fischiare nel bel mezzo della notte. La smetti di svegliarmi. E la smetti pure di rubarmi il posto. E’ mia la grata! Zanzara aveva parlato con quelli del negozio, furbo lui! Ma io gli ho dato un pugno, in un occhio, glielo ho dato. Ora vengo lì e lo do anche a te. Così impari. La mia grata, la mia aria calda. Furbo lui! Cosa crede che starò zitta, che starò ferma? Che mi farò rubare il letto? Deficiente! Ti faccio piangere. Ti prendo quel maledetto fischietto. Così ti passa la bella vita! A fischiare, a ridere. Non c’è niente da ridere! Prima c’ero io, poi è venuta la grata. Poi, ma molto poi. Zanzara non ci ha più riprovato. Si è tenuto al largo. Subdolo, subdolo! Con il fischietto credi di incantarmi? Io l’ho visto dove lo hai trovato. Avrei potuto prenderlo io… ma non mi sono mai piaciuti i fischietti, neanche quelli di carnevale che tirano fuori la lingua. Neanche quelli. No. E neanche il tuo. Lo butto al fiume. Così la smetti di fischiare. E di rigirarti sulla mia grata! Mi consumi tutta l’aria calda. Quante volte te l’ ho detto! Non voglio fare un po’ per uno. Non voglio turni. La grata è solo mia. E non accetto fiori. Potrei con delle corde, legarmi, Sì. Potrei legarmi alla grata. E’ un segnale forte. Non oserai scioglierle le corde. Ma se ci provi ti do un pugno sul naso! Deficiente! E non credere di spaventarmi ancora con gli scarafaggi! Glielo ho fatto vedere anche a loro chi comanda sulla grata. Chi è la padrona della grata. Che rumore orrendo hanno fatto uno ad uno. Un rumore da deficienti. Un rumore sordo. Un rumore liquido. Schifoso. Melmoso. Orrendo come il tuo fischietto. Opposto, ma ugualmente irritante. La soluzione è legarsi. E darti un pugno in un occhio. O sul naso. Dove capita. Te ne andrai così a fischiare da un’altra parte. Oppure non fischierai affatto. Non fischierai mai più. Lo butterò nel fiume. E non avrai più un fischietto. Finché non ne troverai un altro.
Lui- E’ così che vi sostenete? Da dove provengo io, sarebbe impensabile.
Lei- Adesso non venirmi a dire che ti hanno mandato qui, sulla terra a cercare l’amore universale?
Lui- Non mi hanno mandato. Noi non abbiamo capi.
Lei- Sei un navigatore solitario?
Lui- Come?
Lei- Sei venuto da solo, voglio dire.
Lui- Sì, speravo di trovare qui, quel che non ho trovato altrove.
Lei- Hai cercato anche in altri pianeti?
Lui- Sì, e anche in altre realtà. In altre dimensioni, intendo.
Lei- Tu quindi saresti un eroe. Una specie di Prometeo che cerca di ritornare in patria con il calore del fuoco dell’amore universale.
Lui- Se vuoi chiamarmi così. Non conosco la vostra storia in modo tale…
Lei- Mi fa ridere tutto questo! Sei proprio fuori di testa. E io come una cretina che ti do retta.
Lui- (ricomincia a stare male e a scivolare)
Lei- Non ricominciare a fare la scena, ora.
Lui- Sto morendo, non capisci?
Lei- Hai ragione, non capisco. Per esempio, se è vero quel che dici, che non potete vivere senza la vibrazione positiva dell’amore universale, dovreste essere morti da un pezzo. Invece tu avrai almeno 25 anni.
Lui- Noi non abbiamo il tempo. Io sono nato così e morirò così.
Lei- Vabbè, ammettiamo di crederti, comunque sei arrivato fino a qui dalla tua galassia. Un po’ di tempo, anche se dici che non lo avete, è passato.
Lui- Sarebbe complicato per te capire concetti dei quali non conosci la grammatica.
Lei- Quello che voglio dire è che non dovreste sopravvivere un’ora, un minuto, se è così come dici. Cosa vi tiene in vita, allora?
Lui- La musica.
Lei- Certo, la vibrazione universale, ecco perché prima con Mozart…
Lui- Sì, la musica con il sentimento è come il rame con l’elettricità.
Lei- Come ti capisco, sapessi! Nella condizione in cui sto, se non avessi la musica, penso che anch’io morirei. Se non con il corpo, di sicuro con l’anima. Per quanto sia fisicamente faticoso cantare, pure quando esco da una lezione con la mia insegnante mi sento carica di energia, come un leone. Mi sembra quasi che l’energia prodotta dal canto si rigeneri in continuazione, Più sono stanca, più sono triste più sento la necessità di cantare e più dopo mi sento appagata e felice, libera.
Lui- Sei fortunata. Noi, nel nostro pianeta non la creiamo la musica, ma ne siamo generati. E’ grazie a questa armonia diffusa nell’universo che veniamo al mondo, ma purtroppo non riesce a sostenerci più di tanto e noi, che una volta ci sentivamo eterni, ormai stiamo per estinguerci. Sono venuto a cercare l’origine della musica, dell’armonia, quello che noi chiamiamo l’energia primigenia dell’amore universale da cui tutto è stato generato. Non l’ho ancora trovata, qui non c’è. E ormai non credo di avere più la forza di cercare altrove, né di tornare indietro.
Lei- Vorrei che tu la rintracciassi anche per me, Nuovo, e non solo per me, anche per tutti quelli che senza speranza si spengono, si essiccano dentro e, senza neanche saperlo, muoiono.
Lui- Io non ho neanche la forza di alzarmi da questa panchina.
Lei- So come fare: canterò fino a rimetterti in sesto, a guarirti, promettimi solo di non arrenderti di non stancarti mai di inseguire l’energia, l’amore, e promettimi di tornare con il fuoco anche per noi.
Lui- ( è scivolato sempre di più, ma accenna un sorriso, come a dire di sì alza una mano)
Lei- ( intona un’aria del Flauto magico, forse la regina della notte, quando attacca gli acuti si spaccano le luci dei lampioni. Poco dopo verrà illuminata dai fari che si avvicinano del autobus 518 che evidenzierà la mancanza del ragazzo sulla panchina. La ragazza si girerà, noterà con soddisfazione che Nuovo è partito, poi alzandosi e facendo cenno di fermarsi al 518).
Lei- Ecco questo è 518. Non so se mi senti, ma non dimenticarti la promessa, Nuovo.
CONTRORDINE
L’azione si svolge in un bar vicino allo stadio in un pomeriggio d’attesa per la partita che giocherà la squadra locale. Basteranno, per darne l’idea un paio di tipici tavolini da caffè. Il bancone si può intuire fuori scena. Via via che procederà l’azione si sentiranno arrivare da fuori scena rumori e voci dei tifosi.
Personaggi:
Marisa, (donna tra i quaranta e i cinquanta, piacente).
Tino, (ragazzo sui venticinque che lavora nel bar).
Giulia, (ragazza ventenne figlia di Marisa)
 
Marisa entra in scena, ha con sé una borsa da viaggio, chiama il ragazzo del bar.
MARISA – Scusi? (Si siede ad uno dei tavolini e poggia con cautela la borsa nella sedia accanto).
MARISA – Senta!
TINO – (da fuori scena) Arrivo. Un momento!
Si sente squillare un cellulare. La donna con ansia lo cerca prima in tasca poi in borsa. Non trovandolo rovescia la borsa versandone sul tavolo il contenuto, trova il telefono, guarda il numero della chiamata e decide di non rispondere. Il cellulare continua a suonare, quando finalmente smette, la donna lo spegne. Nel frattempo è arrivato il ragazzo del bar che si ferma impaziente. Quando il telefono è spento dice perplesso:
TINO – Tutto insieme, eh?
MARISA – Già.
TINO – Desidera?
MARISA – Un thè.
TINO – Latt..
MARISA – Nulla. Anzi, se c’è, del miele.
TINO – Non c’è.
MARISA – Fa niente.
TINO – Ci vuole dei biscottini?
MARISA – No. Ma sì, sì.
Tino va via. Marisa riaccende il telefonino. Si sente il suono di un messaggio. Marisa controlla di chi sia, poi posa il telefono sul tavolo, ha l’aria pensierosa, dopo un po’ compone un numero.
MARISA – Pronto? Sì, allora al bar affianco allo stadio. Sbrigati!
Prende un taccuino che ha in borsa e si mette a scrivere.
MARISA – (Tra sé) Come s’incomincia in questi casi? E’ una parola! Uff! Mah! Vediamo…”Dopo una lunga e attenta riflessione sulla mia vita, ho deciso…No, non va bene, no. La decisione di…no. E’ difficile. E’ quasi più difficile a dirsi che a farsi.
TINO – (Torna con il thè) Ecco il suo thè. Biscottini…Vanno bene?
MARISA – (Distratta) Sì
Tino urta la sedia con la borsa, che rischia di cadere a terra.
MARISA – (Allarmata) Stia attento!
TINO – Scusi. Lo scontrino lo lascio qui. Paga ora o…
MARISA – No, dopo. Aspetto qualcuno, magari poi prendo qualcos’altro. (Riprende a scrivere).
TINO – Alle otto meno dieci chiudiamo, sa?
MARISA – Alle otto meno dieci! Sono le sei meno un quarto, mi sembra un po’ prematuro…
TINO – Vedo che scrive…
MARISA - -Non devo comporre l’Odissea!
TINO – Dice che aspetta qualcuno…
MARISA – Spero che arrivi prima, che non mi faccia aspettare due ore.
TINO – Non si sa mai.
MARISA – Scusi, ma la partita?
TINO – Eh?
MARISA – Dico, non c’è la partita stasera?
TINO – Ovvio che c’è.
MARISA – E chiudete!
TINO – Sì, alle otto meno dieci. Così non me la perdo.
MARISA – Ah. Credevo fosse più conveniente tenere aperto per i tifosi.
TINO – No. Il proprietario, una volta teneva aperto fino alle undici, ma era un casino! Gli affari? Sì, ma i fanatici, gli ultrà, gli hanno spaccato due volte tutto. Così basta.
MARISA – Due volte tutto?
TINO – Due risse. Due volte, un casino. Così…
MARISA – Così, basta.
TINO – Sì, meglio. E faccio pure in tempo a vedermela la partita, ora.
Squilla il cellulare della donna, entrambi lo guardano. Marisa non risponde.
TINO – Qualche volta faccio anch’io così, sa?
MARISA – Così, come?
TINO – Non rispondo.
MARISA – No?
TINO – No. Sa ho avuto una...
MARISA – Una?
TINO – Sì, una che mi…che mi perseguitava, insomma.
MARISA – Una ragazza.
TINO – Mica tanto. Più una donna direi.
MARISA – Sì?
TINO – Sì, trentacinque, quaranta, sa.
MARISA – Trentacinque o quaranta?
TINO – Sa com’è con le donne, non dicono l’età, e non si riesce a capire.
MARISA – Beh?
TINO – Era ossessiva.
MARISA – Capisco.
TINO – No, non può. Ossessiva, ci tormentava, chiamava a tutte le ore, di giorno e di notte. Ci svegliava di soprassalto, mia madre non sapeva più cosa inventarsi! Io, vigliaccamente non le rispondevo. Anche se mi vengono i nervi quando lo fanno con me.
MARISA – Eh, sì! (distratta sta per riprendere a scrivere, ma il ragazzo incalza)
TINO – Sì, quando non mi rispondono… ( pausa durante la quale la donna riprende a scrivere ) L’avevo lasciata per un’altra.
MARISA –Ah! (Seccata, tagliando corto) E così è un tifoso anche lei, della squadra locale? Abita lontano?
TINO – Non troppo, non troppo lontano.
Si sente rumore di traffico, qualcuno entra nel bar, entrambi si girano a guardare, da fuori scena si sente:
VOCE F.S. – Un caffè si può avere, per favore?
TINO – Arrivo! Scusi. (A Marisa).
La donna prende il the, mangia un biscottino, poi si mette di nuovo a scrivere.
MARISA – Allora…La mia decisione per quanto dolorosa è stata determinata dalla necessità di…
Squilla di nuovo il telefono, la donna getta un’occhiata, sta per rispondere, ma smette di suonare prima. Marisa ha un moto di stizza, poi si rimette a scrivere.
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SCENA II
Entra Giulia, una ragazza molto giovane e carina, va a sedersi accanto alla donna, sposta la borsa dalla sedia e la appoggia per terra. Marisa vorrebbe parlare, ma non riesce, sembra terrorizzata.
GIULIA – (porgendo a Marisa un passaporto) Ciao! Ma che hai fatto ai capelli?
MARISA – Perché?
GIULIA – E come sei vestita? Ma sei proprio tu?
MARISA – Spiritosa! Ce ne hai messo di tempo!
GIULIA – (seccata) Non ho potuto fare prima.
MARISA - Non eri tu che aspettavi!
GIULIA – Dovresti ringraziarmi, non fare, come al solito, la stronza.
MARISA – Lui come sta?
GIULIA – Che pensi?
MARISA – Non si risponde alle domande con altre domande.
GIULIA – Sul serio, voglio sapere come pensi che stia.(Ironica)
MARISA – Bene, senza di me? Oppure…
GIULIA – Oppure benissimo. Ha ripreso a fare palestra.
MARISA – Per tonificare i muscoli! (Ride)
GIULIA – Non c’è niente da ridere, porta benissimo i suoi anni.
MARISA – Se lo dici tu…
GIULIA – Che vuoi dire? ( seccata)
MARISA – No, nulla di male. Sei tu la ragazzina, tu puoi giudicare molto meglio di me, che, diciamolo pure, rischio di essergli quasi coetanea. Vabbè, che importanza ha più.
GIULIA – Non cambierai mai, sarai sempre cattiva e velenosa.
MARISA – Trovi? (indifferente) Anche tu imparerai, quando non avrai più nulla da perdere.
GIULIA – L’hai voluta tu questa situazione.
MARISA – Io, sì. E tu ne hai approfittato subito. Non aspettavi altro. Chissà quante volte hai sognato di stare al mio posto, nei miei panni.
GIULIA – Ma cosa dici!
MARISA – Eh, sì! Come quando da bambina ti sorprendevo con i miei vestiti indosso, davanti allo specchio. Mi sembra di vederti, tu adolescente con i miei abiti da sera scollati, i calzettoni e le scarpe da ginnastica. E mi nascondevi tutto! Quando non trovavo qualche maglia o che so io, sapevo dove andare a cercare, in fondo a un cassetto, in camera tua, ben occultata. Era tutto lì, le mie calze, le mie gonne, lì e chissà da quanto! Di alcune ne avevo perso anche il ricordo. Ora però…
Ti trovo bene in ogni caso…Hai un’aria…sì, strafottente. Bene, stai fortificandoti. E Fabri?
GIULIA – Cosa vuoi sapere?
MARISA – No, dico. Fabrizio come sta?
GIULIA – Che vuoi dire?
MARISA – Glielo hai detto?
GIULIA – Detto, cosa?
MARISA – Quante volte devo ripeterti che non si risponde alle domande con altre domande. E poi sai benissimo di cosa parlo…
TINO – Allora, la signorina non si è fatta aspettare molto. E’ sua figlia?
MARISA – Si vede?
GIULIA – Non si risponde a un a domanda con un’altra domanda…
TINO – Non so se si vede, non sono fisionomista, ma intuitivo, sì. Cosa prende?
GIULIA – Nulla, sto scappando.
MARISA – Ma dai, prendi qualcosa.
GIULIA – Se proprio insisti…Un cappuccino, grazie.
TINO – Bene. (Va via)
MARISA – Chissà quando ci rivedremo…
GIULIA – Hai intenzione di andare lontano, all’estero?
MARISA – Ora che ho il mio passaporto è, diciamo, un’ipotesi.
GIULIA – Ho visto che conservi anche quelli scaduti…
MARISA – Per ricordo.
GIULIA – Gli ho dato una sbirciatina, non sapevo che avessi viaggiato tanto.
MARISA – Non ti accorgevi della mia mancanza?
GIULIA – Sì, non c’eri, ma francamente, non mi chiedevo mai dove fossi. Non eri con me e basta.
Squilla il cellulare, la donna e la figlia guardano il telefono. Giulia si intuisce che nota il numero. Vedendo che la madre non ha nessuna intenzione di rispondere…
GIULIA – Se vuoi rispondo io. Dico che non ci sei.
MARISA – No, no.
GIULIA – Cazzo, mi dà l’angoscia sentire squillare a vuoto il cellulare. Almeno spegnilo, no?
MARISA – Allora Fabrizio, come l’ha presa?
GIULIA – E che doveva fare? Ha abbozzato. Magari non gli avrà fatto piacere essere piantato così su due piedi, ma è la vita.
MARISA – Quando ti piantano è sempre, così, su due piedi.
GIULIA – Non è detto, a volte si capisce che è da tempo…
MARISA – Non nel tuo caso.
TINO – Ecco il cappuccino, qualche biscotto…Dolcetto o scherzetto? Ora squilla di nuovo, lo sento.
Il telefono riprende a squillare.
GIULIA – Ma bravo! Come hai fatto?
TINO – Intuizione. E’ che sento una vibrazione, come un disturbo. Sai come quando si sta al telefono di casa e si sente un rumore…non so come…Ora, come al solito non risponde.
GIULIA – Già, fa venire i nervi. Io ho chiamato poco fa, non ero sicura di aver capito bene quale fosse il bar. Se questo o….
MARISA – Sei arrivata lo stesso.
GIULIA – Sì, ma se avessi avuto problemi, non avrei potuto in nessun caso comunicarlo.
MARISA – Potevi mandare un messaggio.
GIULIA – Certo. Li leggi? Non mi è venuto in mente, uno pensa sempre al peggio. Che ti abbiamo rubato il cellulare….che tu abbia avuto un incidente…eccetera.
MARISA – Quante storie! Non ho fatto in tempo, non trovavo il cellulare. Comunque decido io se voglio o meno rispondere. Fatevi i cazzi vostri!
TINO – Sì, certo, mi scusi.
GIULIA – Non te la prendere. E’ fatta così. Di punto in bianco diventa scortese. Io ci sono abituata.
TINO – Eppure sembra una signora così, così chic, che…
GIULIA – Scusa ti dispiace mettere un po’ di cacao sul cappuccino?
TINO – Ah, lo vuoi? Certo. (Va)
GIULIA – Mamma controllati, non capisci che stai facendo una figura orrenda?
MARISA – Non sopporto che qualcuno frughi nei miei pensieri o nelle mie azioni. Non lo sopporto proprio!
TINO – (Tornando con il cappuccino) Ecco. Ehi, ma non far arrabbiare così la tua mamma, non sta bene! (Se ne va)
GIULIA – Ora calmati. E poi lo sappiamo benissimo che non è questo il problema. Che, insomma, è solo una scusa.
MARISA – Ah, sì? Non è questo? E quale sarebbe secondo te?
GIULIA – Il tuo rapporto con Gian Luigi. Non pensavi che ti avremmo dimenticata così in fretta. Non te lo immaginavi, eh?
MARISA – No, proprio no. E’ sorprendente come una persona possa vivere anni accanto a un uomo e a una figlia e non conoscerli affatto. Come è capitato a me. Non conoscerli affatto. Presumendo di vederne dentro di sé tutti movimenti, i pensieri, le azioni come in un film. Sì, come in un film. Il film con protagonisti mio marito e mia figlia. Come si svegliano, con quale piede scendono dal letto, (anni di osservazione), cosa mangiano a colazione:”Mamma, per carità, niente più biscotti integrali”, “Marisa, ma questi cornetti sono secchi, ormai”. Poi escono, vanno una a scuola, l’altro a lavoro. Ti lasciano lì con i piatti e le tazze della colazione, come un elettrodomestico da caricare: lavapiatti, lavatrice, stiratrice, cuocatrice, spesatrice, attrice, sì, attrice anch’io di questo inutile film, (si può dire comprimaria, se vuoi). Io in relazione a voi. Io che mi vedo salutarvi quando tornate, che mi vedo truccarmi per uscire con mio marito che scalpita. Io attrice di un qualche sciocco film che voi fate con me. E così, come voi pensate di conoscermi, e non mi conoscete, così io ho scoperto, tardi, di non conoscervi affatto. E quindi nel mio film con voi, di non conoscermi affatto.
GIULIA – Ognuno vede quel che vuol vedere, mi hanno detto. Tu volevi vederci così. Non era il mio film o il suo film, era il tuo. Cioè quello che volevi vedere tu, e basta. E poi quante storie! Cosa dovrei dire io? Avevo una madre che credevo di conoscere e di cui potermi fidare, e un giorno, di punto in bianco, se ne va. Senza, così sembra, una ragione al mondo. Senza lasciare traccia. Senza preparare il pranzo, senza curare il focolare.
MARISA – Senza curare il focolare…E’ scandaloso, no?
GIULIA – Senza una ragione. Più scandaloso che se tu fossi scappata con un uomo.
MARISA – E chi ve lo ha detto che non sia scappata con un uomo?
GIULIA – E’ così?
MARISA – No, effettivamente, no.
GIULIA – Lui non se ne faceva una ragione. Ripercorreva ogni vostro istante per capire perché….
MARISA – Non c’è un istante preciso che dia una risposta.
GIULIA – Non c’è, ora lo so. Ma lui non lo sapeva, ora lo sa. Figurati ci siamo rivolti anche a quella assurda trasmissione televisiva per cercarti, per capire, che vergogna!
MARISA – Però non vi siete rivolti alla polizia…
GIULIA – Avresti preferito la polizia?
MARISA – No.
GIULIA – Non ha voluto lui, io ti avrei denunciata, ma lui ha optato per la televisione.
MARISA – Lo avevo previsto. Ho cambiato look apposta. Quella mattina dopo avervi accompagnato all’ascensore, tornando a casa, chiudendo la porta, ho sentito che dovevo cambiare qualcosa in me e anche fuori di me. Ho preso il troller, pochi abiti, il bancomat e la carta di credito. Ho dimenticato il passaporto, ma non il libretto degli assegni e una nostra foto.
GIULIA – Una nostra foto? Noi tre?
MARISA – Non potevi immaginarlo, vero? Sì. Così, per ricordo. Non si può ricominciare se non si scrive fine. Come punto a capo.
GIULIA – Poi sei andata in banca e hai ripulito il conto tuo e quello di Gian Luigi.
MARISA – Sì, volevo dei contanti per non lasciare tracce. Quindi sono andata da un parrucchiere per immigrati, sai quelli che fanno le treccine, e ho cambiato colore, taglio. Basta poco per essere diversi, basta comprarsi delle scarpe coi tacchi alti e un abito un po’ da troia. Basta questo perché la gente ti inserisca in un film di altro genere. Voi cercavate una signora piccolo borghese con lunghi capelli neri…Per strada, invece, forse non più lontano di un chilometro da casa,
camminava con passo spedito, una donna un po’ pacchiana , capelli corti, biondi, tacchi a spillo, un abito corto e stretto ricordo di una taglia precedente, bigiotteria volgare ed appariscente, come la donna, così appariscente da risultare invisibile nella sua nuova identità. Forse una colf o una badante dell’Est, chissà!
GIULIA – Ti immagino ondeggiare sui tacchi…
MARISA – No, perché? Ogni tanto li mettevo. La sera. Comunque se nel tuo film devo ondeggiare, ondeggerò andando verso una stanza in affitto di un appartamento abitato da gente molto eterogenea … Per lo più immigrati, un gran casino di notte! A tutte le ore vanno e vengono. Che pensi? No, nulla di erotico, Lavoro, turni. E quando torni a casa mangi, prepari in cucina quel che conosci. Spezie di tutti i tipi.
GIULIA – Tu lì? Non ti ci vedo.
MARISA – Mi spiace se la sceneggiatura non ti corrisponde. Ormai sono sganciata dai vostri film, questo è solo mio e per farlo dovevo trovare riparo in un posto dove non chiedessero documenti.
Squilla di nuovo il telefono. Marisa lo guarda con apprensione, lo avvicina per leggere il numero, poi rabbuiata lo allontana da sé, lasciandolo squillare. Per tutto il tempo in cui il telefono continua a squillare le due donne tacciono. Quando finalmente smette, dopo un momento d’imbarazzo, la conversazione riprende.
GIULIA – Io posso anche andare via…
MARISA – Veramente non capisco…
GIULIA – Ah, sì?
MARISA – Ma che c’entra?
GIULIA – Non rispondi!
MARISA – ( imbarazzata) Beh, non sono mica obbligata a farlo!
GIULIA – E’ chiaro, hai un nuovo amante e di fronte a me ti secca…
MARISA – E se anche fosse?
GIULIA – Vedi?
MARISA – Non ci sarebbe nulla di strano dal momento che sono ormai una donna libera. Da otto mesi una donna libera.
GIULIA – Mica tanto! Sei ancora sposata e io, fino a prova contraria sono tua figlia.
MARISA – Maggiorenne.
GIULIA – (Guardando l’ora sul telefonino) A questa ora sarà tornato dal lavoro. Ho il dovere di avvertirlo.
MARISA – Perché? Non può essere un nostro segreto? O puoi averne solo con lui di complicità?
GIULIA - Complicità? Raccontami allora del tuo telefonista segreto.
Le due donne si guardano, MARISA non parla e dopo un po’ GIULIA, scocciata, fa un segno in direzione del cameriere.
GIULIA . Il conto per favore!
TINO – Arrivo, un momento.
MARISA – E’ un extra comunitario.
GIULIA – Che?!
MARISA – E’ così.
GIULIA – Ma chi vuoi prendere in giro? Tu non sei proprio il tipo!
MARISA – Ma che ne sai? Ti ho detto che non sono più nel tuo stupido film!
GIULIA – Il mio forse sarà stupido, perché non riesco a concepire una madre che arrivi a tanto, ma il tuo è di fantascienza!
TINO – A chi lo dò?
GIULIA – A me, che non vedo l’ora di andarmene. Ma siamo matti? 15 euro?
TINO – Beh, ci sono i biscottini!
MARISA – Ma lascia stare, che pago io. Ecco 20 euro e tieni il resto.
TINO – La signora, sì, che sa vivere. Grazie. Le porto subito lo scontrino.(Va via)
GIULIA – Facci sapere poi in quale parte del mondo hai deciso di nasconderti. No, non per venirti a scovare! Ma per evitarti. Addio mamma! ( Se ne va )
MARISA – Ma sì, addio Giulia! Non dimenticare di salutarmi Pier Luigi, mio marito…(Riprende a scrivere) Allora, dove ero rimasta? Cosa avevo scritto qui? La mia decisione, per quanto dolorosa è stata determinata dalla necessità di…Maledizione! Ormai è fatta. Che bisogno c’è più di spiegare? Un atto del genere si spiega da solo. (Strappa i fogli e li mette in borsa, mentre torna Tino)
TINO – Ecco qui. Non se la prenda! Poi le passa. Anch’io con mia madre…
Però, ha sfornato una tosta! Eh? Ah, lo sento, sta per squillare di nuovo! No, forse mi sbaglio. Eppure… ( Squilla un cellulare )
Vede?
MARISA – Sente!
TINO – E’ vero, avrei dovuto dire sente. La mia insegnante di Italiano mi diceva che ero una capra. Ma io ribattevo un caprone, casomai…Risponda! Magari è lei, sua figlia, che si scusa.
MARISA – Ma non sente? Risponda o lo spenga. Mi irrita!
TINO – E’ il mio? Certo, abbiamo la stessa suoneria. Scusi. Sì? Ah, sei tu! Sto per chiudere. No, voglio vedere la partita. Verrò dopo. Ciao.
MARISA – Perché non se la vede in televisione?
TINO – Ma che voi donne vi siete messe d’accordo per darmi l’assillo? Scusi, ma che…
MARISA – Che voglio? Che mi impiccio? Ma sì, che me ne importa di uno in più o uno in meno, tanto siete tutti uguali.
TINO – Scusi sa, ma non la capisco. Ora, mi dispiace ma devo chiudere.
MARISA – C’è un bagno?
TINO – Sì, è là.
Marisa prende la borsa e il borsone e va in bagno, dimentica però il cellulare. Nel frattempo Tino sgombra il tavolino, canticchiando. Prima che finisca squilla di nuovo il cellulare della donna che è rimasto sul tavolo. Tino sarebbe tentato di rispondere. Si avvicina e cerca di sbirciare il numero o il nome di chi sta
chiamando. Finalmente il telefono smette di squillare. Tino tira un sospiro di sollievo, ma subito dopo arriva un messaggio e, non tenendosi dalla curiosità lo apre.
TINO – Magari è quella ragazza che si scusa… Certo che sono proprio curioso! Alla fine che faccio di male? Sbircio un po’. Tanto lei non li legge! Vediamo…. “ Contrordine”…
Marisa esce dal bagno, ha messo il cappotto e appare come appesantita, più grossa.
TINO – Ha squillato ancora. Magari era sua figlia. C’è un messaggio… Vede?
MARISA – Ma che ha fatto? Lo ha letto? Ma come si permette!
TINO – E’ stato più forte di me. Non so che mi ha preso! Scusi.
MARISA – Scusi! ( ride ) Ma sì! Che importanza ha ormai. Sa dirmi da dove si entra per la curva sud?
TINO – Va anche lei lì? La accompagno.
MARISA – Ma se ne vada a casa piuttosto! E’ pericoloso, sa?
TINO – Ma che dice?
MARISA – Io ci ho perso un figlio in quella bolgia.
TINO – Perso? In che senso, scusi?
MARISA – Ucciso. Da un razzo. Come in guerra.
TINO – Mi dispiace. Capisco… e ora cerca di rivivere quello che lui provava… Dia retta a me, non rinnovi il dolore. Ci vuole tempo, ma poi si dimentica. Lasci perdere: “Contrordine”, così come diceva il messaggio.
MARISA – Il messaggio?
TINO – Sì, ho letto solo questo: “Contrordine”.
MARISA – Contrordine? A questa ora? Impossibile. Ormai il dado è tratto. Io non lo ho letto. Lo ha letto lei. Vale per lei. Contrordine, non vada alla partita. E’ il destino che le parla. Lo ascolti!
TINO – Ma sa che lei è proprio strana? Io non so perché, ma le darò retta. E’ buffo, neanche mia madre ci è riuscita!
MARISA – Allora l’entrata, dov’è?
TINO – Ecco, se gira a sinistra intorno allo stadio la trova. C’è scritto: curva sud. Arrivederci, buon divertimento!
MARISA – Divertimento? Forse, ma non so per gli altri. (esce)
Tino si mette a pulire il locale.
TINO – Visto che mi ha convinto a non andare, converrà che pulisca stasera. Quella era fuori di testa e anche io, non di meno a darle retta. Ora telefono che torno a casa e così finisce che siamo tutti felici e contenti…
Si sente un boato, un’esplosione. Gente che urla, che scappa. Tino corre alla porta e grida:
TINO – Che c’è? Che succede?
VOCE F.C. – Una bomba, qualcuno dice un kamikaze, forse una donna.